Le teste

Le teste. Copertina.
Le teste. Copertina.

Questione di generi. Il nuovo romanzo di Giuseppe Genna ha un sottotitolo: L’ultimo thriller. Ambivalente in due parole su tre, solo l’articolo si salva.
Ultimo è certamente tale in ordine cronologico: quinto capitolo della saga di Guido Lopez, segue dopo diversi anni Grande Madre Rossa. Ma qualcosa nell’aria fa pensare che Genna si sia un po’ stancato del genere e del personaggio, e che quindi si possa parlare di ultimo in senso assoluto, se non dell’uno almeno dell’altro. Ma come ci insegnano i Wu Ming,  di ritorno a novembre con Altai, il sempre scongiurato seguito di Q, mai dire mai. In scadenza di contratto con Mondadori, in realtà già da un po’ il Miserabile Autore ha abbandonato il thriller cercando nuovi lidi più liberi ed ossigenati: Dies Irae, Hitler, Italia De Profundis sono tutt’altro. Allora perché tornare a Lopez? Questioni di contratto, di cassa, di aridità? Al contrario: Le teste è un libro che ha avuto una lunga gestazione, un decennio di lavoro e di pensiero. E poi non si tratta di ritorno, e neanche di fuga. Se già si poteva parlare di antithriller per Nel nome di Ishmael e Non toccare la pelle del drago, qui l’antitesi al genere è ancora più forte e determinata. E così si passa alla seconda ambivalenza.

Non toccare la pelle del drago, copertina.

Antithriller: che significa? Essendo un’antitesi partiamo da ciò che nega. Dicasi thriller un genere letterario o cinematografico (o quant’altro) in cui, senza voler dettar regole che non esistono, vediamo all’opera un eroe che cerca di risolvere una situazione di tensione individuandone ed arginandone il promotore. L’eroe è buono, l’avversario è cattivo: il bene vincerà. Di solito.
Guido Lopez è un eroe curioso: ispettore milanese, nelle sue varie avventure si fa di anfetamine, ha un giro di droga, frequenta puttane, è violento, senza scrupoli, non rispetta la legge che deve far rispettare, si immanica coi servizi segreti, è a conoscenza di cose che deve tacere. Non è che sia proprio un buono. Ed i suoi avversari? In Grande Madre Rossa quasi ci si affeziona, in Non toccare la pelle del drago è tutto un magna magna… Non è che siano proprio cattivi. E non intendo svelare finali per mostrarvi che il lieto fine non sempre è così lieto, e nemmeno fine.
Il thriller però è più di questo: è un genere caratterizzato principalmente dal ritmo della trama. Gli eventi accadono in fretta, c’è poco tempo, si corre, le storie si svolgono nello spazio di pochi giorni. La lettura è frenetica, la suspense alta, i capitoli terminano in crescendo: si deve leggere oltre, sempre. L’azione è interrotta sul più bello, e magari scopriremo cos’è capitato al nostro eroe solo due capitoli oltre (cliffhanger). Sintassi e lingua danno una mano alla rapidità: frasi brevi. Coordinazione. Scrittura lineare.
Ed ora scordatevi tutto: i thriller di Genna non sono questo, o almeno, non solo.

Generi. Nella nota che chiude Le teste Genna è esplicito nel negare il sottotilo L’ultimo thriller:

La genesi di questo romanzo, che si dichiara non essere un thriller e intende sporgersi invece su una narrazione non definibile, per la volontà dell’autore e a prescindere ovviamente dall’esito testuale…

Dunque, ambivalenza. Si dichiara una cosa e poi la si nega. Questo perché l’uomo tende a categorizzare, a porre dei paletti per riuscire ad organizzare e descrivere un mondo che non sempre è organizzabile e descrivibile. Ciò capita anche in letteratura. E il miserabile non è d’accordo: i generi vengono travalicati di continuo, non esistono.
Le teste è solo un thriller? Andate e leggete: avrete delle sorprese. Senza nulla dire sulla trama, il romanzo non lo si può definire tale per parecchie ragioni.

Exécution dOlympe de Gouges, Mettais, 1793
Exécution d'Olympe de Gouges, Mettais, 1793.

Dissidi. Le vicende non decollano (al contrario delle teste): Lopez all’inizio sembra l’ombra di se stesso, si muove lento per una Milano coperta da neve putrida, entra ed esce dai bar pieni di vecchi, scivola sulla neve e si lamenta del livido al gluteo. E quando inizia ad indagare… beh, vedrete voi quando comincia l’azione vera, e sarà lo stesso Genna a farvelo notare:

…Dal momento della scoperta in poi, tutti i pensieri tacciono e la storia gialla è fatta soltanto di azione…

Ma chi diavolo parla? Di chi è questa voce che ci svela i segreti meccanismi di una storia gialla? Di Genna? Del narratore? Di Lopez? Dell’antagonista?
Un lettore in cerca di azione qui è fuori luogo: alla difficoltà che hanno i fatti ad ingranare la quinta si aggiungono interruzioni continue. Macroscopiche, come i capitoli corsivi che si alternano in prima persona (chi è?) a quelli della vicenda arrestandola, illustrandola, compendiandola. Microscopiche, come lo spiazzante spostamento dei termini all’interno di alcune frasi: a volte il soggetto in chiusura (“Irrompeva in ufficio con il plico prezioso un agente della Mobile“), ma anche ed adirittura un guazzabuglio (“In macchina stavano entrambi, lui e il ragazzino nell’uniforme un poco stretta, in silenzio assoluto, Lopez gli occhi fissi immaginandosi la testa“). È un continuo spezzettamento e rallentamento del ritmo.

Pseudothriller: così Genna definisce Le teste. Il suo è quindi un romanzo polemico che vuole dimostrare un assunto dell’autore: l’inesistenza e l’inefficacia dei generi. Ma è anche un romanzo allegorico, e questo è il suo senso vero, ultimo: al lettore il gusto di scoprire l’arcano, con un aiuto del miserabile:

…questo libro desidera essere considerato un testo politico.

Giuseppe Genna, Le teste, Mondadori 2009, 384 p., € 18,00.

Storie, narrazioni, sguardi obliqui

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