Schifani in web 2.0: attacco a Facebook

Facebook nel mirino

Facebook lo si può apprezzare o detestare, trovarlo utile, divertente, una perdita di tempo, un passatempo, un luogo di contatto, di discussione, di gioco, di chiacchiericcio, di banalità, di lampi di genio, di normalità, di socialità, di asocialità, lo si può usare o meno.
Tutto si può dire su di esso, perché tutto si può dire sulle persone: è un luogo sì virtuale, ma creato ed alimentato dal pensiero umano, ed una sua definizione qualitativa non può non prescindere da esso e soprattutto da una delle sue caratteristiche base: è vario.
Così come al bar potete parlare di calcio o di figa, di politica o di scarpe, di film o di libri, di birra o di lavoro, così potete farlo su Facebook. Così come su un tram potete incontrare trogloditi o persone interessanti, uomini alti o bassi, donne con la gonna o con i pantaloni, gente che vi pesta i piedi o che vi cede il posto, che ascolta musica o che legge il giornale, che guarda fuori o il sesso preferito, così potete avere a che fare con gente diversa sul web. Internet è composto da ingegno umano (alto, basso, medio e di infinite gradualità intermedie) così come il mondo “reale”.

Dire come Schifani che su Facebook

“si leggono dei veri e propri inni all’istigazione alla violenza. Negli anni ’70, che pure furono pericolosi, non c’erano questi momenti aggregativi, che ci sono su questi siti. Così si rischia di autoalimentare l’odio che alligna in alcune frange”

è come dire che su un quotidiano come La Repubblica gli articoli fomentano odio contro il Cavaliere (ops!, esempio sbagliato: lo hanno detto)… allora, è come criticare una scatola di cioccolatini assortiti perché dentro ce ne sono un paio al latte, o al fondente, o ripieni, o qualsiasi altra cosa non vi piaccia. Insomma, è di fare di tutta l’erba un fascio.
Dire che bisogna scrivere una legge per limitare la violenza sul web è non conoscere il web, ignorare che è composto da persone: le leggi ci sono già, e sono quelle di tutti i giorni. Bastano e avanzano per colpire chi inneggia alla violenza per strada, allo stadio, in un corteo, alla televisione, alla radio, nell’aula di un parlamento, su internet, sui blog, su Facebook: ovunque ci sia di mezzo l’uomo. Non servono leggi speciali, serve applicare bene quelle esistenti.

Ma forse questo non è il vero scopo di certa politica: forse l’obbiettivo è un altro. Limitare le libertà dei cittadini con la scusa di bloccare alcuni sciocchi comportamenti violenti. Minare i pochi luoghi dove non si segua pedissequamente lo status quo, la maggioranza, il potere, Berlusconi. Livellare la società per governare tranquilli, senza critiche, senza confronti, senza voci discordanti.

Storie, narrazioni, sguardi obliqui

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