Intervista a Simone Sarasso

Confine di stato, Simone Sarasso. Copertina.

Se non conoscete Simone Sarasso, niente di meglio che presentarvelo con le parole con cui lui stesso si definisce sul suo blog:

Simone Sarasso
Novara, No, Italy
Classe ’78, professional writer dal 2005, scrive storie nere per la televisione, il cinema, la narrativa mainstream e i comics.

Insomma, un giovane narratore che ha sfondato le porte dell’editoria qualche anno fa pubblicando il primo romanzo della sua trilogia sporca sulla storia della Prima Repubblica e, soprattutto, dei suoi misteri, Confine di stato, a cui ha fatto seguito il secondo volume edito nella primavera del 2009, Settanta.

Nonostante per lui sia un periodo gravido di impegni, è riuscito comunque a sopportare questa decina di domande sul suo lavoro senza denunciarmi per molestie, il che è un gran successo dato che questo blog è alla sua prima intervista. Eccola:

Perché e quando hai deciso di scrivere?

Correva l’Anno del Signore 2003, mi ero appena laureato ed ero in cerca di una fonte di reddito qualunque per pagare l’affitto. Mandai all’incirca seicento curricula alle case editrici di mezza Italia e non mi cacarono di striscio. A quel punto ripresi in mano l’indirizzario e, invece del curriculum, spedii questa lettera (http://uac.bondeno.com/afenice/data3/sarasso.htm). Fioccarono risposte, un’agenzia di stampa mi assunse come lettore e Fernando Quatraro, il titolare dell’Editrice Effequ, mi commissionò prima un racconto e poi un libro. Cominciò così: quel libro, che vide la luce solo due anni dopo, era Confine di Stato.

Dimostri una grande onestà intellettuale rivelando nelle note ai tuoi libri i debiti che hai contratto nei confronti dei tuoi “maestri” letterari: a cosa è dovuta questa premura?

A me piacerebbe che all’interno di ogni libro fosse rintracciabile una sorta di “mappa concettuale” che permetta di capire da dove arrivano le storie raccontate in quel volume. Lo sai bene anche tu, quando si racconta non si è mai soli. Capire da dove vengono le storie che ci hanno preceduto aiuta a raccontare meglio le nostre. E raccontare, che te lo dico a fare, è resistere. È tutto quello che abbiamo.

Sei piuttosto modesto nella definizione di scrittore che ti dai: non un genio letterario, ma una sorta di artigiano il cui merito è semplicemente quello di aver avuto prima di qualcun altro un’idea narrativa. Cosa c’è alla base del tuo stile e della tua trilogia sporca sulla Prima Repubblica?

Molto lavoro artigianale, molta ricerca, parecchia indignazione, una spolverata di rabbia, qualche trucco del mestiere (che si apprende strada facendo), un planning serrato.

Comunque da Confine di Stato a Settanta si nota una netta crescita stilistica: stai affilando la punta della matita. Su cosa hai lavorato per migliorarti? Cosa invece accomuna i due romanzi?

In Settanta ho lavorato ossessivamente sulla lingua. E la differenza con Confine credo sia palese. I due romanzi, tuttavia, s’assomigliano per il piglio e la tesi di fondo: non c’è quasi mai una traccia di speranza in quello che scrivo. Guardo diritto nel buco nero e ci cavo fuori tutto il marcio. In questo senso, Settanta e Confine sono lo stesso romanzo.

In Settanta tutti i personaggi principali mutano, hanno un’evoluzione, tranne uno: Andrea Sterling. Nonostante sia il perno marcio delle vicende anche in Confine, è descritto in maniera stereotipata: l’agente duro e cinico. Perché non riceve l’attenzione che riservi agli altri?

Perché Sterling è IL colpevole. E pertanto deve rimanere bidimensionale come un cattivo da western. Non ho ancora le idee chiarissime in merito, ma credo che nel terzo volume lo si vedrà evolvere un pizzico. O meglio lo si vedrà cadere.

Alle spalle dei tuoi romanzi c’è un grosso lavoro di documentazione: come hai svolto le tue ricerche?

A strati: prima in rete, per farmi un’idea della bibliografia. Poi tra Amazon, Ibs e le biblioteche, per recuperare i testi da leggere (saggi, in genere), dopo in emeroteca, a consultare  – là dove possibile – i giornali dell’epoca. Ed infine negli archivi, a spulciare (quando te lo permettono) tra le carte polverose della Repubblica..

Alla fine i tuoi sono pur sempre dei romanzi, non dei saggi: le vicende non sono sempre fedeli a quelle storiche e diversi personaggi, seppur facilmente identificabili con figure realmente esistite, hanno nomi (e non solo) diversi. Quanta libertà ti sei preso, e perché?

Come ho scritto nella postfazione: un romanzo è solo un romanzo, La Storia è tutta un’altra cosa. In Settanta ho iniziato il detour che mi porterà a raccontare un’altra Italia nel volume conclusivo della trilogia. La conservazione della memoria, specialmente in questo paese, è una cosa fondamentale. Ma non è compito da romanzieri dire tutta la verità. Noi siam bugiardi professionisti, anche e soprattutto quando ci ispiriamo a fatti reali.

Un’opinione sugli eventi oscuri della Prima Repubblica te la sarai fatta, o no?

Una parte dello Stato che dichiara guerra (una guerra sotterranea) a un’altra parte del medesimo Stato. Si può pensare ai Misteri d’Italia come a un enorme cancro zeppo di metastasi che divora la Prima Repubblica dall’interno.

Hai impiegato due anni a scrivere Settanta. Quando uscirà il terzo volume della trilogia?

Ottima domanda. Di cui, purtroppo, non conosco la risposta. Troppa carne al fuoco nell’immediato futuro. Potrei azzardare un 2012 (l’anno perfetto per l’apocalisse), ma magari potrebbe essere prima.

Alla fine del 2009 hai scritto United we stand, una graphic novel disegnata da Daniele Rudoni, ed hai collaborato alla sceneggiatura dell’innovativa serie TV Frammenti: hai altri progetti riposti nel disco fisso del tuo computer?

Un botto: attualmente sto lavorando a diversi progetti e molti altri sono in cantiere. Il più prossimo all’uscita è J.A.S.T., la prima serie TV su carta; un innovativo oggetto narrativo che ho realizzato insieme a Daniele Rudoni e Lorenza Ghinelli e che vedrà la luce in settembre per MARSILIO EDITORI. Nel contempo, però, sto scrivendo per la TV (un progetto top secret), sto terminando Terra di nessuno, il seguito di UWS, un romanzo apocalittico sulla guerra civile che si combatterà in Italia dal 2013 al 2023, sto lavorando a una graphic novel risorgimentale che vedrà la luce nel 2011 (Soldato regio, sempre con Daniele Rudoni), a un libro-game (ma forse è una definizione un po’ imperfetta…) e a una non-fiction sulla RAI dei primordi. Tanta roba, come vedi. Magari riesco a buttarci in mezzo anche il terzo capitolo della trilogia, ma mi sa che tocca aspettare…

Alla faccia della transmedialità e degli UNO… buona scrittura.

Storie, narrazioni, sguardi obliqui

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3 pensieri su “Intervista a Simone Sarasso

  1. beh… interessante. Ovviamente non sapevo nulla, ma girare nella rete porta a conoscenze notevoli. E poi quella dichiarazione che “raccontare è resistere” è molto nelle mie corde :)

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