Il mangiatore di pietre

Il mangiatore di pietre, Davide Longo. Copertina.

Succede di ricevere un consiglio su un autore, leggere una buona recensione, passeggiare per il Salone del Libro di Torino, vedere quello stesso nome stampato con un altro titolo, ripassare il lunedì, l’ultimo giorno di fiera, essere attratti dal cartello “50% di sconto” dello stand Fandango, comprare quel libro e poi quello di cui si era sentito ben parlare, tornare a casa, metterli sullo scaffale del “da leggere”, occuparsi d’altro, lasciar passare una settimana, poi aprirne uno e al fondo della prima pagina esclamare: “Cazzo!”.

Beh, non so se in effetti capita a tutti, a me però è successo. Non ricordo quale sia la recensione e ho scordato la provenienza del consiglio (se stai leggendo batti un colpo), quindi provvederò io per voi. L’autore è Davide Longo: leggetelo. Il romanzo (breve) che mi ha fatto citare a più riprese il sacro pendaglio è invece Il mangiatore di pietre, che non è una novità. Uscito per la prima volta nel 2004 per Marcos y Marcos, ora lo potete trovare sul catalogo di Fandango.

Da buon ritardatario, Longo l’ho conosciuto dopo ben 10 anni di attività letteraria (e non solo: insegna alla Holden, scrive per radio e teatro, è regista di documentari). Classe ’71, piemontese di Carmagnola, non lo cercate sul web: a quanto pare non è stato catturato dalla rete. Con buona pace di chi concede dignità umana solo a chi possiede un profilo regolarmente aggiornato su Faccialibro.

Senza rovinare la lettura a nessuno (quello che segue non è uno spoiler), Il mangiatore di pietre è un noir (per chi ha bisogno di classificare) duro, amaro, da nodo alla gola. Narra con un doppio sguardo: quello di un passeur, un trafficante d’uomini, una guida per migranti clandestini attiva sulle Alpi però, non una di quelle feroci e senza umanità del Mediterraneo nostrano, e quello di un ragazzo che si sta facendo uomo, giovane montanhin. La vicenda si svolge nella Val Varaita, terra occitana, ma grande protagonista è l’asciutta scrittura che rende in pieno l’asprezza stupenda delle montagne, la desolazione di un mondo alpino in abbandono, la fierezza dei suoi abitanti e il loro modo di vivere essenziale e solitario all’interno di una comunità sfaldata dalla modernità. Fossi in grado di argomentare un paragone, chiamerei in causa Fenoglio, la sua lingua secca, precisa e immediatamente vivificante e il suo modo di narrare in cui non si descrivono pensieri, psicologia ed eventi, bensì li si evoca con i gesti, l’azione e il dialogato scarno e potente. Per capire quello che intendo, provate a leggere della toma masticata: l’avrete sotto i denti anche voi, così come il fracasso da motosega del fantic.

Storie, narrazioni, sguardi obliqui

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