L’uomo verticale

L'uomo verticale, Davide Longo. Copertina.

L’ultimo romanzo di Davide Longo, uscito per Fandango, potrebbe essere categorizzato in quel filone post-apocalittico parecchio bazzicato dal cinema, da Mad Max fino a Codice: Genesi, ma anche piuttosto frequente nella letteratura, a partire dall’inizio dell’Ottocento con L’ultimo uomo di Mary Shelley fino ai giorni nostri con La strada di Cormac McCarthy. In Italia il genere sembra essere piuttosto fertile di questi tempi, con ad esempio Arzèstula, racconto scritto da Wu Ming 1 e uscito nell’antologia Anteprima nazionale, ma anche scaricabile gratuitamente, e una delle future uscite di Simone Sarasso, Terra di nessuno. Verrebbe da dire “non a caso”, visti i tempi: scenari di distruzione, azzeramento e rinascita più che uno spettro sembrano essere un’agognata catarsi. E naturalmente opere di questo tipo non fanno altro che riflettere i tempi in cui sono stati scritti, facendone un’analisi cruda mediante una valutazione a posteriori nata dalla proiezione degli effetti in un futuro apocalittico e iperbolico.

L’uomo verticale è, in questo senso, un grandissimo libro. E lo è anche in tanti altri sensi. Scritto dannatamente bene (roba che non ripeterò più in futuro a proposito di Longo, che in questo è una garanzia), racconta – di seguito lo spoiler è lieve – di un futuro in cui l’Italia, mai nominata ma evidentissima, si è chiusa rispetto al mondo, preda di un terrore verso gli esterni, gli “extra-comunitari” i cui paesi nelle cartine vengono solamente ombreggiati senza nemmeno essere nominati, e di una crisi economica e politica che porta lentamente al tracollo del controllo statale sul paese. Il lettore è proiettato in questo mondo in rapido disgregamento fin dalla prima pagina, senza che gli sia spiegato cosa sia accaduto e quali le cause di un simile regresso, e, attraverso le vicende del protagonista assoluto, “l’uomo verticale”, vive l’autodistruzione di una società che, rosa dalla paura e dall’istinto di sopravvivenza, si frammenta in gruppi che cedono alla violenza come unica risorsa per non soccombere. La regressione è umana, totale: i pochi che resistono all’imbarbarimento ne sono annientati, masticati. Il Paese è un saccheggio continuo, nulla più è prodotto, tutto è solo razziato e consumato: è la sussistenza estrema.

Il libro è amarissimo, parla chiaramente di noi, della nostra società sempre più dominata dall’odio verso l’altro, un altro visto come un mostro da scacciare. L’odio è però endogeno, e l'”esterno” è solo la valvola di sfogo: nel romanzo, militarizzati i confini, l’altro diventa qualsiasi altro fuori da sé. Ma c’è una speranza, e questa risiede negli “uomini verticali”, coloro che non si piegheranno a quest’odio e che combatteranno la violenza con l’unica arma possibile: la determinazione assoluta nel salvare ciò che di umano c’è in ognuno di noi e nel non cedere all’individualismo. Una durissima critica nei confronti della nostra società disumanizzata, ma anche la celebrazione di quelle qualità che sole possono riscattarla.

Da leggere, senza aspettare oltre.

Storie, narrazioni, sguardi obliqui

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