La pattuglia dell’alba

James Ellroy sostiene di vivere come un eremita: oltre alla televisione, non possiede nemmeno il cellulare e il computer. Non legge i quotidiani, non legge libri. Crede che la lettura di altri autori, soprattutto contemporanei, possa risultare nefasta per la sua immaginazione. Nonostante ciò, pensa che Il potere del cane sia “il più grande romanzo sulla droga che sia mai stato scritto”. Vere o meno che siano le due affermazioni di Ellroy, quella sulla sua carriera di lettore e quella sul romanzo di Don Winslow, quello che è certo è che la seconda sia del tutto giustificata: Il potere del cane è un grande romanzo politico, storico, sociale e d’azione. È avvincente e impegnato, è un romanzo epico e corale. È la storia sporca e travagliata del rapporto fra Stati Uniti, Messico e narcotraffico.

Winslow è giunto in Italia da poco, e solo con gli ultimi tre libri scritti: Einaudi ha pubblicato nel 2008 L’inverno di Frankie Machine, a cui hanno fatto seguito nel 2009 Il potere del cane e nella primavera del 2010 La pattuglia dell’alba. Quest’ultimo è un romanzo godurioso, molto più simile a Frankie che al Potere, e rispetto al secondo difetta in epicità, pur rimanendo di alto livello.

La storia è ambientata in quel di San Diego, fra la sua battigia e  i punti di rottura delle onde e il residuo di territorio agricolo dell’entroterra non ancora cementificato. La vicenda è tipica del genere noir (e non sto a narrarla), ma attualizzato e reso più originale dalla sua connotazione surfista: protagonista e personaggi principali vivono per l’onda, la tavola, la spiaggia e le tortillas. Insieme formano una pattuglia affiatata di trentenni che si chiamano per soprannome e che non chiedono altro che indossare una muta e uscire in mare all’alba. Il loro idillio californiano viene però guastato dal mestiere di uno di loro, Boone Daniels, ex poliziotto e ora investigatore privato. Il resto leggetevelo, tanto il romanzo è scorrevole, ironico e avvincente.

In questo caso Winslow ha abbandonato l’afflato epico de Il potere del cane: qui non c’è più l’affresco di decenni di narcotraffico, criminalità, politica, arginamento dell’accerchiamento comunista e repubbliche delle banane e manca quella carrellata di personaggi intransigenti, cinici, duri, puri, corrotti, arrivisti, sopra le righe e crudeli. La vicenda qui è ridotta a un pugno di persone, anche se è pur sempre un dettaglio di un quadro più grande, quello dei rapporti di frontiera fra Messico e USA. Cos’è allora che rende godibile La pattuglia dell’alba? Il protagonista e lo stile.

Boone Daniels è molto simile a Frankie Machine. Sono, con tutte le differenze del caso, dal mestiere all’età anagrafica, lo stesso personaggio. Solitari e puri nelle loro idee, vivono secondo un codice etico non convenzionale e sono maledettamente umani. Entrambi poi vengono tratteggiati in un momento di crisi: il primo vede interrompersi la perfezione del suo mondo-surf, l’altro la sua esistenza pacifica e routinaria. Piombano in un caos dal quale dovranno uscire lottando e mettendo in discussione l’eden personale in cui vivevano. Sono personaggi positivi e granitici nell’affrontare la vita: dovessi fuggire da una squadra di killer, mi piacerebbe farlo come Frankie, freddo e calcolatore; dovessi intraprendere delle indagini, farei come Boone, a stomaco pieno. Vivono a modo loro, e non per i miti delle masse: denaro, successo e gloria. Sembrano quasi sopravvivere, e in questo sta la loro umanità. In fondo sono come Art Keller, l’agente votato alla lotta alla droga ne Il potere del cane.

Lo stile è liscio, fa scorrere rapido lo sguardo, ed è adrenalinico, scanzonato e colloquiale, registro perfetto per un romanzo in cui il coprotagonista è il surf. E questo non solo nei dialoghi gergali fra Boone, Sunny Day, Hang Twelve, High Tide, Johhny Banzai e Dave the Love God, ma anche nel fluire del testo. Un esempio?

Red Eddie è un hawa-nippo-cino-porto-anglo-californiano che ha studiato ad Harvard e ha i capelli rossi come un birillo spartitraffico. Vero, vero, vero, i birilli spartitraffico mica sono rossi, e il nome di battesimo di Eddie non è Eddie ma Julius. Ma al mondo non c’è anima viva che abbia le palle di chiamarlo Orange Julius.

Leggetelo, pura energia. E se non l’avete ancora fatto, leggetevi anche gli altri due, in attesa che Winslow pubblichi qualcosa di nuovo e che Einaudi traduca i suoi primi romanzi e l’ultimo, Savages. Come dice Ellroy, “Winslow is the real deal”.

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