Inception

Inception, locandina.

Dopo aver visto Inception conviene dotarsi di un totem, un oggettino personale e ignoto ad altre persone che ci permette di capire se quello che ci circonda è la realtà oppure un sogno. Una trottola o un dado truccato possono andare.
Poi, se siete di quelli che si addormentano al cinema o se vi siete distratti, evitate di chiedere all’uscita spiegazioni ai vostri amici: più che farvi una brutta figura, rischiate di metterli in imbarazzo. Inception ha una trama complessa, a scatole cinesi, che avrebbe rischiato di divenire fumosa come la materia prima del film non fosse per la grande sceneggiatura che mischia ad arte dialoghi ben scritti a scene d’azione, sparatorie a personaggi dipinti alla fiamminga e riprese classiche a effetti speciali all’ultimo grido.
Proprio questi ultimi sono stati una sorpresa: con l’andazzo hollywoodiano di imbottire i film con immagini computerizzate il timore è quello di trovarsi di fronte al solito polpettone tutto pixel e niente storia. Invece Christopher Nolan ha puntato le sue carte migliori sulla vicenda limitandosi a giocare qualche jolly per creare effetti speciali potenti ma mai invasivi, così che quando vedete le strade di Parigi piegarsi e chiudersi a panino sopra di voi con automobili e persone che marciano sulla vostra testa alla rovescia, la cosa risulta del tutto normale, soprattutto perché siete ben coscienti di essere all’interno di un sogno.
Il film procede rapido e coinvolgente fra scene d’azione e momenti narrativi “di spiegazione”: assieme al personaggio di Arianna siamo guidati all’interno del mondo onirico e introdotti alle tecniche della sua manipolazione, senza però che il film ci propini inutili e pedanti dettagli da fanatici: curioso come mai sia spiegata la tecnica con cui i protagonisti riescono a infilarsi nei sogni altrui, crearne di nuovi e condividerli fra più menti. Poco importa, sono dettagli secondari alla stregua del salto nell’iperspazio di tanti film di fantascienza: come un’astronave può fuggire dagli inseguitori raggiungendo velocità pazzesche, così si può sognare con il malcapitato di turno per rubargli informazioni o, peggio, instillare nel suo animo un’idea. Quel che importa, in fondo, sono la fuga e la condivisione onirica.

Inception, un'immagine del film.

La grande forza del film sta quindi nella sua sceneggiatura e nelle scelte della regia, oltreché nel sapiente dosaggio di grafica e nelle ottime interpretazioni degli attori (ultimamente Di Caprio è una garanzia: da anni non accetta parti banali). Il suo segreto sta sicuramente nel fatto che soggetto, scrittura e riprese siano state dirette da un’unica mente, il buon Christopher Nolan, e che pure nella produzione ci sia il suo zampino (per diretta e indiretta persona, questa nella figura della moglie). L’autore pare che abbia abbozzato l’idea già dieci anni or sono, dovendo poi rinviare il lavoro per l’uscita di Matrix: i due filmoni hanno molte cose in comune, dal tema del rapporto fra realtà e illusione all’uso degli effetti speciali, dal mondo fittizio all’apparenza realistico ma in sostanza dotato di leggi e regole esclusive alla squadra di “specialisti”. Il sogno e la trama intricata sono senz’altro due dei pallini di Nolan, (fin dai Memento e Insomnia di inizio carriera), ma come spesso accade con il materiale onirico il tema centrale è costituito dall’azione del subconscio e dalla percezione del mondo. Proprio a quest’ultima si è portati a riflettere nel corso della narrazione: la sceneggiatura complessa, non lineare e a scatole cinesi costringe lo spettatore a concentrarsi e a non subire passivamente il film, così che anche alla sua fine viene quasi naturale ripercorrere mentalmente la vicenda alla ricerca di passaggi critici, conferme e illuminazioni e, come avvenne all’epoca di Fight Club, dopo un po’ ci si accorge che urge una seconda visione (alzi la mano chi non l’ha fatto con il film di David Fincher). Questo continuo lavoro cerebrale di “messa in ordine” permette di percepire la presenza di queste scatole, e questa comprensione avviene inevitabilmente con l’individuazione dei rapporti che intercorrono fra esse. Tali rapporti sono tutti basati sul concetto di confine tra realtà e finzione, mondo reale e mondo immaginario, e dato che un confine si definisce tramite i suoi paletti, così si è portati a cercare questi elementi sensibili. Ma quando si sogna il mondo onirico è per la mente pura realtà, quindi risulta difficile andare a stabilire quali paletti siano fittizi e quali invece possano funzionare, come la trottola o il dado. Da qui al passo successivo il salto è breve: fuori dal cinema, il nostro mondo, quello reale, è veramente tale? Esiste una sovrastruttura o una serie di matrioska che costituiscono un mondo in cui viviamo senza essere consci dell’esistenza di realtà alternative? E questa realtà, cosa diavolo è? È definita da caratteristiche sensibili, è unica, immutabile e identica per tutti? O ce la costruiamo noi giorno per giorno secondo i desideri e le pulsioni nostre, consci o inconsci che siano? E quanto di questo reale può esserci stato inculcato da altri?
Meglio correre a procurarsi un totem.

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