(S)fiducia

Questo articolo è stato pubblicato dalla rivista web Nulla dies sine linea.

Iwo Jima Chronicles, Piazza Venezia, Roma. Fotografia di Pensiero, licenza CC 2.0

Il giorno della mozione di sfiducia è arrivato e, come molti temevano, è arrivato solo il giorno, senza sfiducia. Per tre voti il governo sopravvive, mentre il centro storico di Roma si trasforma in una piccola Genova. Migliaia di manifestanti, fra universitari, studenti medi, ricercatori, insegnanti, terremotati, sindacati, centri sociali, No Dal Molin e associazioni varie hanno sfilato per la città eterna uniti contro la crisi, il decreto Gelmini e il governo. Dall’altra parte il solito spiegamento di mezzi blindati e forze dell’ordine in assetto antisommossa a proteggere gli edifici istituzionali. Il fatto che la gran parte dei partecipanti abbia manifestato pacificamente verrà come al solito adombrato dagli scontri violenti, dal lancio di petardi, sampietrini, fumogeni, dalle cariche della polizia, dai mezzi dati alle fiamme, dalle barricate improvvisate, dalle vetrine infrante e dalle manganellate.
Sui mezzi d’informazione, al bar e sui tram difficilmente si sentirà parlare dei motivi che hanno spinto così tanta gente in piazza, non solo oggi, martedì 14 dicembre, e non solo a Roma. Pendolari che si lamentano del blocco dei mezzi pubblici, negozianti delle serrande abbassate e delle devastazioni subite e cittadini a caso sdegnati per disagi vari, a volte subiti ingiustamente, a volte necessariamente.

Iwo Jima Chronicles, Piazza del Popolo, Roma. Fotografia di Pensiero, licenza CC 2.0

È un discorso strategico: la violenza non paga, fa il gioco di chi la protesta la subisce. Perché un conto è bloccare due binari o esporre uno striscione sulla Torre del Mangia, un altro assaltare quello che si incontra per strada. Sono scene viste in decine di altre occasioni, a volte su scala più vasta, a volte ridotta: dispiegamento impressionante di mezzi, centinaia di agenti in borghese, bastoni, badili, sedie, tavolini, bombe carta, gente contusa, ossa rotte, cortei pacifici infiltrati da pugni di violenti che li tengono in scacco provocando scontri e membri delle forze dell’ordine che perdono la testa impugnando le pistole. E alla fine media e gente, per interesse o ignoranza, non distinguono più fra giusto e sbagliato appiccicando su ogni persona “contro” l’etichetta di teppista e sfumano le cause di una protesta che unisce movimenti fra i più disparati. Sui quotidiani online torna in auge il blocco nero e politici al governo ne approfittano per accusare l’opposizione di avere alimentato l’odio e per screditare chiunque si schieri contro le loro scelte o la loro condotta.
E tutto questo accade a un pugno di isolati dalle aule parlamentari dove si arriva alla rissa e si toccano i punti più bassi raggiunti dalla politica: la compravendita del voto.

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