Invasione alpina

Penna nera. Fotografia di Fabio Rava, CC 2.0

Hanno preso la città d’assalto. Sono centinaia di migliaia. Sono organizzati. Hanno mezzi. Costruiscono campi base. Parlano una lingua strana. Sono gli alpini. Nulla da spartire con i Navy Seal americani: le truppe d’élite tricolori riuscirebbero a stanare Obama dalla Casa Bianca. In poche ore hanno occupato Torino, hanno eretto tende, montato cucine da campo, disposto brande, fissato tavolacci e panche. Hanno divise sgargianti da sfilata carnevalesca, dominate dal verde intenso. Sul cappello che portano hanno una lunga penna nera. Coltivano baffi e curano barbe lunghe. Il naso è rubicondo, il ventre prominente e la camminata barcollante. Li si sente bestemmiare a ogni angolo, ammorbano i bus con un odore da calzino fetido e sfrecciano sul lungo Po in bicicletta.

La città è loro. A piccoli gruppi si sono accampati sugli argini del fiume da qualche giorno. Il grosso arriverà nel week end ma già il centro è inagibile. Via Po è pedonalizzata, i mezzi pubblici sono deviati e solcano i viali intorno alla Torino storica senza poterla penetrare. Lungo i marciapiede si ammucchiano banchi che vendono panini, birra, vino, vino, vino, vino. Spuntano ovunque bar all’aperto, immensi barili di Moretti e damigiane violacee. L’asfalto cittadino è percorso da mezzi mai visti: trattori, giardinette, jeep militari. Non ci sono armi, solo salami e pintoni. È una festa, un circo, un’alterazione della realtà e della città: saltano le regole, saltano le abitudini. I bambini sono estasiati, le signore sorridono a ubriaconi che fischiano dietro a bionde di qualsiasi età e, nel profondo del cuore, anche i più intransigenti pacifisti rimpiangono di essere stati renitenti alla leva.
Sono stati soldati e sembrano perfettamente addestrati a tracannare litri di barbera, di genepì e di grappa Iulia. Portano anarchia, sprizzano vita montana da tutti i pori e vogliono divertirsi.

Neanche gli hippy con i loro fiori nei cannoni avrebbero saputo ottenere un esercito migliore.

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