Anarchy in the UK

L’Inghilterra brucia. Londra, Birmingham, Bristol, Manchester, Liverpool. Incendio. Saccheggio. Polizia in assetto antisommossa. Centinaia di arresti. Pugno di ferro. E oggi pure il morto. È la rabbia montante che dilagata è esplosa con una violenza impressionante. Classi subalterne, uomini ghettizzati, teppisti, cittadini di serie B hanno scelto la strada e l’etica del destroy anarchico dei Sex Pistols. Ma questa rivolta, più che al nemico pubblico numero uno inglese incarnato da Johnny Rotten, ha a che fare con la musica dei Clash, dei Violators e del sottobosco dei gruppi punk dei primi anni ottanta. Ha a che fare con i riot caraibici del carnevale di Notting Hill del 1976, con quelli africano-caraibici di Brixton del 1981, con quelli di Birmingham, con il Broadwater Farm riot del 1985 e con le decine di altri scontri di età tachteriana (provate a contare in questa lista quanti sono quelli avvenuti nel Regno Unito).

A unire in un filone gli anni ottanta britannici con gli anni dieci del nuovo millennio il relegare una massa immensa di popolazione in un limbo da sottoproletariato urbano. Un limbo solido, compatto, da cui prelevare all’occorrenza forza lavoro a buon mercato, su cui scaricare crisi economiche maturate nei grattacieli della city e da tenere a freno con una pressione poliziesca che a volte si lascia scappare qualche proiettile: la goccia che fa traboccare il vaso.

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