Dublino II

Se dio vuole 01, dipinto di Simone Ferrarini, 2009.

Dal 2003 il destino degli immigrati clandestini richiedenti asilo in Europa è sancito dal regolamento Dublino II. Questo va a stabilire che lo stato membro dell’Unione competente in materia sia quello in cui è stato registrato per la prima volta il clandestino. La domanda può essere accolta o respinta a seconda delle politiche nazionali. Il riconoscimento dei richiedenti asilo è basato su una banca dati europea che raccoglie le loro impronte digitali. Il clandestino non potrà fare domanda di soggiorno in altri paesi dell’Unione e, nel caso in cui venisse scoperto in un’altra nazione, può essere forzatamente trasportato nello stato competente, ovvero quello in cui le sue impronte sono state registrate.

Questo regolamento si è tradotto nella realtà con la costituzione della Fortezza Europa. Le vie naturali percorse dai migranti attraversano il Mediterraneo da sud verso nord e da est verso ovest. I primi paesi dell’Unione in cui i clandestini metteranno piede sono quindi Spagna, Italia e Grecia. Questi sono naturalmente i paesi in cui verranno registrati, e di conseguenza quelli che dovranno ricevere ed elaborare le richieste di asilo. Da lì non si potranno muovere nel resto del continente. L’Europa ha addossato la “difesa” dei confini a queste tre nazioni scaricando il problema e il peso dell’immigrazione su di loro.

Se dio vuole 04, dipinto di Simone Ferrarini, 2009.

Come hanno reagito i paesi mediterranei? Fortificando il confine: richieste di asilo rilasciate con difficoltà, duri respingimenti in mare, centri di identificazione e di permanenza temporanea, rimpatri, immigrazione clandestina trasformata in reato penale e una legislazione ad hoc atta ad arginare l’afflusso di immigrati. Mentre l’Unione si è lavata le mani, le nazioni di confine se le sono sporcate, imbrattate.

Di queste decisioni politiche a farne le spese sono naturalmente i clandestini. Persone che fuggono a situazioni di degrado e pericolo, che attraversano confini, catene montuose, deserti e mari, che viaggiano per mesi e a volte anni, che sono sfruttati come schiavi, vessati dai trafficanti d’uomini e annichiliti dalle forze dell’ordine, queste persone si scontrano con la parte più dura della loro odissea al termine del viaggio, in Europa.

Imbrigliati nelle maglie della burocrazia, imprigionati in centri di accoglienza o permanenza, impossibilitati a oltrepassare la fascia mediterranea per raggiungere i paesi del centro-nord Europa, finiscono con il perdere qualsiasi speranza in un futuro migliore rischiando in una vita di costretta clandestinità il lavoro schiavista, la prigionia, il rimpatrio. Anni di sofferenza e speranza che culminano nella disillusione democratica dell’occidente vincente.

Se dio vuole, dipinto di Simone Ferrarini, 2009.

Di questo tema mi sono occupato nell’ultimo anno scrivendo due racconti. In Lesbo, pubblicato dalla casa editrice Perdisa, l’azione si svolge sull’omonima isola egea e sullo stretto braccio di mare che la separa dalla Turchia. Qui la guardia costiera greca incrocia notte e giorno per respingere gommoni e zattere di fortuna nelle acque territoriali del vicino, senza curarsi troppo della sicurezza dei naviganti e della regola base di qualsiasi marinaio: salvare il naufrago. Sull’isola chi è riuscito a farcela (normalmente si tratta di afgani, iracheni e asiatici del sud-est) e ha avuto la sfortuna di incappare nelle autorità, viene rinchiuso nei centri di accoglienza in attesa del responso sulla richiesta di asilo. Mentre la politica greca in materia è molto restrittiva, i detenuti vivono in condizioni inumane, senza assistenza legale o medica. Denunce, articoli e l’interessamento di molte associazioni hanno migliorato la situazione e hanno evidenziato come tutto ciò dipenda dalle scelte politiche europee e greche.

In Sambusi, disponibile gratuitamente qui, mi occupo invece dell’Italia e del limbo in cui finiscono gli immigrati che non ricevono il diritto di asilo: impossibilitati a tornare indietro, impossibilitati a procedere, sono costretti a vivere illegalmente in un paese che giuridicamente non li vuole. Persone che perdono l’appartenenza a qualsiasi nazione sopravvivono senza poter pianificare un futuro a contatto quotidiano con lo spettro del rimpatrio e del ritorno coatto nel paese da cui sono fuggiti, disperati, anni prima. È una lotta continua per la sopravvivenza, per il diritto all’esistenza. È una lotta senza esclusione di colpi: da parte delle autorità.

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