No tav, paramilitari e pagliacci

Dopo il rastrellamento dei no tav e le insinuazioni della digos e della stampa, i valsusini scendono sulla città in migliaia e manifestano a Torino oggi, sabato 28 gennaio 2011. Il corteo era già stato organizzato da tempo, ma dopo i fatti della settimana ha un senso maggiore: dimostrare che sono ancora lì, che non sono intimiditi e che non sono un esercito irregolare armato come nel medioevo schierato contro lo Stato.

Nevica quando esco da lavoro, e con cappello e cappuccio tirato sulla testa e i Clash nelle orecchie mi imbatto in un manipolo di poliziotti in assetto antisommossa raggruppati in piazza Castello, un manipolo di opliti schierati inutilmente. In via Po incrocia una manciata di Defender. Taglio la piazza sotto i fiocchi grandi e mi infilo nella via, i portici imbrattati di scritte lasciate dal serpentone dei manifestanti passato poco prima. Sotto i portici di destra sfila un piccolo troncone del corteo, coloratissimo e caciarone: ragazzi vestiti alla militare, con cappelli colorati, parrucconi, elmetti ricoperti di fiori, pistole ad acqua, fischietti, bandiere No tav e nasoni finti. L’esercito paramilitare di pagliacci è scortato da una decina di celerini che camminano in fila indiana stretti su un fianco dai valsusini e sull’altro dai negozi. Sono rilassati, tengono gli scudi bassi, fumano, qualcuno sorride alla caciara dei dimostranti, un paio sono circondati da pagliacci e sembrano divertiti. L’armata carnevalesca li scimmiotta, marcia con cadenza militare buffonesca, e chiama la madama “i nostri prigionieri”. Poco prima di piazza Vittorio li liberano simbolicamente prima di invadere la strada e fermarsi sotto la neve al coro di “la Valsusa non ha paura”.

Una protesta semplice e pacifica che critica ironicamente le accuse di questi giorni: ecco i no tav violenti, ecco questi pericolosi insurrezionalisti addestratisi sui monti di Chiomonte, ecco i paramilitari che aggrediscono le istituzioni. Mentre qualcuno dei pericolosi e sediziosi terroristi viene già scarcerato: inizia a crollare il castello dell’accusa?

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