ACAB

Dopo la serie televisiva Romanzo Criminale Stefano Sollima passa al cinema e realizza un film potente, adrenalinico, lucido e crudo. ACAB (l’acronimo di All Cops Are Bastards, espressione coniata dagli skinheads inglesi degli anni ottanta e che trovate bombolettata più o meno su ogni muro a un tiro di monetina dalle gradinate degli stadi italiani) riesce a tenere lo spettatore avvinghiato alla poltroncina e a mostrare il mondo con gli occhi di un celerino con il filtro della visiera e dello scudo in plexiglas senza che questi si identifichi nei personaggi o simpatizzi per essi. È privo di buonismo, vittimismo e retorica. Esattamente come il libro omonimo di Bonini a cui si ispira nello spirito più che nella trama.

La regia è affiancata da un pugno di attori che ha dato il meglio (Pierfrancesco Favino, Marco Giallini, Domenico Diele e Filippo Nigro su tutti), da una sceneggiatura che ha caratterizzato personaggi realistici e per nulla banali e da una colonna sonora che sposa l’azione, pompa l’adrenalina e amalgama il tutto (Police On My Back dei Clash, Seven Nation Army dei White Stripes, Where Is My Mind dei Pixies e altre e altre ancora).

Il tema è di quelli tosti: mostrare senza moralismi come vivono i celerini, quei brutti ceffi che alle manifestazioni vi calpestano con gli anfibi, vi bastonano con i manganelli e vi irritano con i lacrimogeni. I protagonisti sono quattro “guardie” romane e una ritiratasi (o meglio: fatta ritirare). Diele è Adriano, una recluta che entra in Polizia per svolgere un lavoro onesto e fuggire dalla strada, che diventa celerino per qualche centone in più e che finisce con lo scontrarsi con la logica di branco che regola l’operato dei compagni. Favino è Cobra, poliziotto violento che ha fatto della sua squadra una famiglia, della protezione dei suoi fratelli lo scopo della vita. Giallini è Mazinga, il caposquadra ferito dalle pugnalate e da troppi anni di strada, padre dei suoi sgherri ma non di suo figlio. Nigro è Negro, celerino che mescola la strada con la famiglia e viceversa, violento e sull’orlo di una crisi. Andrea Sartoretti (il Bufalo nella serie Romanzo Criminale) è Carletto, ex sbirro che, sbattuto fuori dalla mobile, cerca nemici ovunque e li trova a dosi massicce di xenofobia.

Sono uomini addestrati alla violenza, che lavorano con la violenza, che vivono di violenza e che nella violenza sono immersi fino al collo. Portano sulla strada i loro problemi personali e a casa l’incapacità di dialogare se non con i pugni. Le istituzioni si affidano a loro per difendersi, per fare rispettare le ordinanze di sgombero (di case popolari come di campi rom), per contenere le proteste di piazza, per blandire il tifo calcistico. Loro si armano, salgono sui defender, si schierano e quando ce n’è bisogno o meno colpiscono duramente. E come si proteggono il fianco negli scontri, così si coprono l’un l’altro quando qualcuno esagera e confonde il suo mandato con l’onnipotenza, l’uso da ultima ratio della forza fisica con l’unica soluzione disponibile per risolvere i problemi. Sono schierati dallo stato a difesa della legge e, usati e abbandonati da questo, finiscono con il difendere la loro personalissima costituzione basata su concetti veterofascisti di onore e fratellanza.

Sollima è grandioso nel mostrarci questi aspetti, la vita “pubblica” e “domestica” di questi uomini, l’esposizione da livelli critici alla violenza che caratterizza la loro quotidianità, l’abuso del loro potere che li porta a comportarsi come un gruppo di giustizieri. Nel mentre ci definisce una panoramica sociale contemporanea spaventevole e realistica, un’Italia proletaria stretta dall’odio razziale, dalla xenofobia, dal becerismo del tifo violento, dall’avanzamento di sottoculture nazi-fascistoidi in cui i “nostri” sguazzano, contro cui lottano e da cui tentano di fuggire.

Un film duro e imperdibile.

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