Joseph Losey

Il 30° Torino Film Festival è partito fra le polemiche. Da una parte Ken Loach che ha deciso, con grande coerenza, di non ritirare il premio Gran Torino per solidarietà nei confronti di un lavoratore della Mole licenziato. Dall’altra Ettore Scola che ritiene esagerata la sua posizione, soprattutto nei confronti di una rassegna da sempre ritenuta di valore e fuori dal mainstream di Venezia, Cannes e compagnia bella. In mezzo il Festival e la sua qualità.

Io, che non sono Gianni Amelio, Ken “il Rosso” o Ettore Scola, pur essendo solidale con la protesta, me ne posso fregare altamente, e decido di affondare il sedere in poltrona lasciandomi cullare dalle storie presentate. Parto in ritardo, seconda giornata, e parto con Joseph Losey (1909-1984), regista americano che studiò con Bertold Brecht in Germania, si fece strada a Hollywood come autore impegnato e che infine, in odore di comunismo e braccato in patria dalla commissione McCarthy, si auto-esiliò in Inghilterra. In Europa fece una vitaccia, costretto dalla censura a firmare i suoi lavori con il nome del figlio di un padrone degli studi, di un produttore e di una bisnonna. Quando terminò la persecuzione nei suoi confronti, riprese la sua identità artistica e sfoderò, fra gli altri film, alcuni capolavori del genere noir.

Il primo che vedo, nella minuscola sala 4 del cinema Reposi vibrante a ogni tram di passaggio in strada, è un film magnifico ambientato durante la Prima Guerra Mondiale: King & Country (Per il re e per la patria, 1964), girato nel Regno Unito. Ambientato nelle fangose trincee a un passo dal fronte, in un ambiente cupo, claustrofobico, dominato dal ruggito dei cannoni e dalla pioggia eterna, è un film sulla guerra e la sua disumanità senza nemmeno una scena di battaglia. Solo brevi immagini di morti nel fango. Un paio di esplosioni iniziali scollegate dal fluire narrativo. Gli assalti alla baionetta relegati alla ripresa di apertura dei bassorilievi scolpiti sul monumento ai caduti a Londra. La vicenda è giudiziaria: un soldato veterano, al terzo anno di fronte, accusato di diserzione, deve affrontare la corte marziale. Il suo difensore, un ufficiale, dovrà scontrarsi con la disumanizzazione imposta dalla guerra, dalla legge e dal “bene comune”. Ricorda Orizzonti di gloria di Kubrick per il tema trattato e i romanzi Niente di nuovo sul fronte occidentale (Remarque) per l’ambientazione cupa e assurda e Addio alle armi (Hemingway) per la “pace separata” con il nemico.

Il secondo risale invece al periodo hollywoodiano: The Prowler (Sciacalli nell’ombra, 1951), un noir ambientato nella Los Angeles del 1918. A vederlo oggi dice poco (apparentemente): pensarlo nell’America maccartista cambia le cose. Il prowler, il “malintenzionato” del titolo, non è un criminale di bassa lega, ma un poliziotto che aspira a un futuro meschino in confronto al piano e agli inganni perpetrati per ottenerlo: una bionda, una Cadillac e la proprietà di un motel. Un tutore dell’ordine, tipico statunitense medio per provenienza e desideri, è il cattivo. Un pugno nello stomaco al sogno a stelle e strisce e al benpensare dell’epoca. Peccato solo per la sala, la n°5 del Reposi, in cui alle vibrazioni tranviarie si aggiunge un difetto maggiore, lo schermo dei sottotitoli posto ad altezza zero nascosto dalle teste delle file davanti. Un problema grave per un film basato sul dialogato in cui il protagonista parla un americano stretto condito da slang.

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