Django

DjangoStorie. Anni fa lessi un articolo sul Festival cinematografico di Cannes in cui il giornalista raccontava di come Quentin Tarantino, presidente della giuria, seguisse in maniera appassionata anche quelle proiezioni disertate da chi il biglietto lo prende in omaggio. Mentre i colleghi solcavano le passerelle o sorseggiavano champagne con marmaglia vip in tiro, lui affondava il sedere nelle poltrone di sale vuote ad applaudire pellicole di autori sconosciuti. In alcune persone il piacere di godere una storia si fonde con il piacere di narrarla. Non sempre le due passioni si incontrano, ma quando capita il risultato è uno solo: narrazione pura. Tarantino è una di queste persone. Django Unchained è uno di questi risultati. Quasi tre ore di film e non accorgersene. 165 minuti e volerne ancora.

Spaghetti western. Chi non ne ha visto uno? Quelli della mia generazione sono cresciuti con questi film. Da bambini giocavamo ai cowboy e a carnevale indossavamo cappello e cinturone. Ma non imitavamo gli eroi di John Ford, bensì quelli di Sergio Leone. Fischiettando Trinità. Anche Tarantino a quanto pare si è goduto questi filmetti e, rimestando nella sua cinefelica collezione di b-movies italiani, ha tirato fuori dalla macchina da presa questo fantastico omaggio al genere. Non so come uscirete dal cinema voi, ma io ho solcato le strade buie di un’Alba innevata facendo tintinnare gli speroni, con le vesti spruzzate di sangue e la voglia di tornare indietro e rivedermi tutto dall’inizio. Un’altra volta e subito. Nonostante le critiche ricevute da destra e sinistra, da chi vede preso troppo alla leggera lo schiavismo, da chi ritiene Tarantino un plagiatore e da chi vorrebbe le quote rosa pure sul grande schermo.

kkkVendetta privata. Anche se in principio il motore della vicenda è la ricerca della bella perduta, il nocciolo della trama di Django è, come in Bastardi senza gloria, la vendetta. Anzi, la duplice vendetta: in entrambi i film non sono solo i personaggi a vendicare i torti subiti, ma anche lo spettatore si toglie qualche sassolino dalla scarpa tramite la finzione. Lì uccidiamo nazisti, gerarchi e, dato che ci siamo, pure Hitler. Qui schiavisti e negrieri. A differenza dei bastardi però l’odio di Django non è dovuto principalmente ai torti subiti dalla sua gente, gli schiavi di colore, bensì alle violenze che ha patito personalmente, a quelle ricevute dalla moglie e alla morte del dottor Schultz. La fine catartica perciò non risulta in una rivolta razziale, ma in una vendetta del tutto privata: gli altri schiavi non si ribellano, non imbracciano le armi e si limitano a fuggire. A differenza di Bastardi senza gloria, qui la Storia non viene violentata dal film: l’azione si svolge nel 1858, tre anni prima dello scoppio della Guerra Civile Americana, e lo schiavismo non è cancellato prima dei tempi da Tarantino. Solo verso la fine l’orgoglio che illumina lo sguardo dello schiavo che vede Django ammazzare i mercanti e andarsene cavalcando a pelo ammicca ai decenni di lotte contro la segregazione razziale che caratterizzeranno l’America del Novecento. Da una parte Tarantino si “permette” di uccidere Hitler anzitempo, dall’altra rispetta un secolo di attivismo per la diffusione dei diritti civili. E si concede solo un lusso: sbeffeggiare il nascente Ku Klux Klan e le teorie razziali ridicolizzando il loro simbolo, il candido cappuccio.

spaghettiPer un pugno di citazioni. Molti apprezzeranno Django per la mole smisurata di citazioni e omaggi cinematografici, e altri lo detesteranno proprio per questo, accusando il regista di essere il solito copione privo di fantasia. È un’ode al genere dello spaghetti western e a una moltitudine di b-movies italiani, ma non solo. Inutile fare un elenco dei rimandi: si va dal banale (il primo Django, Sergio Leone, Trinità) al minuzioso (Sentieri Selvaggi e tutta la caterva di produzioni targate Sergio Corbucci). La cinefilia è il marchio di fabbrica di Tarantino, e forse non è mai stata così evidente come in questo film. Brandelli di trama, scene, personaggi, dettagli, oggetti, nomi, brani della colonna sonora: sembra un copia-incolla. Di grande qualità però, e di smisurata freschezza: non vengono presentate teorie di stanchi cliché e banali meccanismi del cinema di genere, ma una loro summa ragionata, il meglio di. E se l’arte non è pura innovazione ma genio creativo basato sul duro lavoro sui modelli, Tarantino è l’Omero, il Michelangelo e il Wagner del cinema. E poi: è dannatamente migliore di gran parte degli illustri antenati (Leone escluso).

BroomhildaLa principessa nella torre. A qualche critico non è andata giù la visione della donna nel film. In effetti la sposa di Django è la banale principessa rinchiusa nella torre e tenuta prigioniera dal drago che solo il principe azzurro riuscirà a liberare. Il film, a ben vedere, è proprio questo: la storia dell’eroe che sfida ogni pericolo per ricongiungersi con la sua bella. Aspettate un attimo, dove l’ho già sentita questa storia? Ah sì, proprio in Django. Quando l’eroe è libero di scegliersi la veste, ne sceglie una da principe azzurro. Il nome della bella è Broomhilda, che rimanda alla valchiria della letteratura nordica e a L’anello del Nibelungo di Wagner in cui è Sigfrido, l’eroe, che dopo aver superato difficili prove conquista l’amata. E guarda caso proprio il tedesco Schultz nota la similitudine delle due vicende e racconta a Django di Sigfrido. Davanti al focolare. Storie intorno al fuoco.
Un film non può contenere tutti i temi e le istanze del mondo, e Tarantino fa una scelta. Butta al macero il femminismo perché non c’entra con la vicenda, e lo fa ironizzando sulla sua scelta presentando il personaggio femminile principale come la Bella Addormentata. Una macchietta. Perché non è quello il punto. E chi non lo capisce, ahimè, lo attaccherà e continuerà a farlo senza riuscire a lasciarsi andare.

Fidatevi di me: andate a vederlo e abbandonatevi. Fatevi cullare dalla storia.

Joseph Losey

Il 30° Torino Film Festival è partito fra le polemiche. Da una parte Ken Loach che ha deciso, con grande coerenza, di non ritirare il premio Gran Torino per solidarietà nei confronti di un lavoratore della Mole licenziato. Dall’altra Ettore Scola che ritiene esagerata la sua posizione, soprattutto nei confronti di una rassegna da sempre ritenuta di valore e fuori dal mainstream di Venezia, Cannes e compagnia bella. In mezzo il Festival e la sua qualità.

Io, che non sono Gianni Amelio, Ken “il Rosso” o Ettore Scola, pur essendo solidale con la protesta, me ne posso fregare altamente, e decido di affondare il sedere in poltrona lasciandomi cullare dalle storie presentate. Parto in ritardo, seconda giornata, e parto con Joseph Losey (1909-1984), regista americano che studiò con Bertold Brecht in Germania, si fece strada a Hollywood come autore impegnato e che infine, in odore di comunismo e braccato in patria dalla commissione McCarthy, si auto-esiliò in Inghilterra. In Europa fece una vitaccia, costretto dalla censura a firmare i suoi lavori con il nome del figlio di un padrone degli studi, di un produttore e di una bisnonna. Quando terminò la persecuzione nei suoi confronti, riprese la sua identità artistica e sfoderò, fra gli altri film, alcuni capolavori del genere noir.

Il primo che vedo, nella minuscola sala 4 del cinema Reposi vibrante a ogni tram di passaggio in strada, è un film magnifico ambientato durante la Prima Guerra Mondiale: King & Country (Per il re e per la patria, 1964), girato nel Regno Unito. Ambientato nelle fangose trincee a un passo dal fronte, in un ambiente cupo, claustrofobico, dominato dal ruggito dei cannoni e dalla pioggia eterna, è un film sulla guerra e la sua disumanità senza nemmeno una scena di battaglia. Solo brevi immagini di morti nel fango. Un paio di esplosioni iniziali scollegate dal fluire narrativo. Gli assalti alla baionetta relegati alla ripresa di apertura dei bassorilievi scolpiti sul monumento ai caduti a Londra. La vicenda è giudiziaria: un soldato veterano, al terzo anno di fronte, accusato di diserzione, deve affrontare la corte marziale. Il suo difensore, un ufficiale, dovrà scontrarsi con la disumanizzazione imposta dalla guerra, dalla legge e dal “bene comune”. Ricorda Orizzonti di gloria di Kubrick per il tema trattato e i romanzi Niente di nuovo sul fronte occidentale (Remarque) per l’ambientazione cupa e assurda e Addio alle armi (Hemingway) per la “pace separata” con il nemico.

Il secondo risale invece al periodo hollywoodiano: The Prowler (Sciacalli nell’ombra, 1951), un noir ambientato nella Los Angeles del 1918. A vederlo oggi dice poco (apparentemente): pensarlo nell’America maccartista cambia le cose. Il prowler, il “malintenzionato” del titolo, non è un criminale di bassa lega, ma un poliziotto che aspira a un futuro meschino in confronto al piano e agli inganni perpetrati per ottenerlo: una bionda, una Cadillac e la proprietà di un motel. Un tutore dell’ordine, tipico statunitense medio per provenienza e desideri, è il cattivo. Un pugno nello stomaco al sogno a stelle e strisce e al benpensare dell’epoca. Peccato solo per la sala, la n°5 del Reposi, in cui alle vibrazioni tranviarie si aggiunge un difetto maggiore, lo schermo dei sottotitoli posto ad altezza zero nascosto dalle teste delle file davanti. Un problema grave per un film basato sul dialogato in cui il protagonista parla un americano stretto condito da slang.

Skyfall

Qualcuno sostiene che sia il miglior film di 007. E le premesse ci sarebbero per collocare Skyfall nell’Olimpo dei Bond Movies: una serie che è stata coraggiosamente azzerata e intelligentemente modernizzata a partire da Casino Royale; un attore protagonista, Daniel Craig, all’altezza del primo, grande Sean Connery (e, secondo me, migliore ancora di questi); un cattivo d’eccellenza, Javier Bardem; un regista premio Oscar, Sam Mendes, con un occhio di riguardo all’aspetto psicologico dei personaggi; un mito vecchio di un cinquantennio da celebrare; un azzeccatissimo tema centrale della colonna sonora, cantato da Adele, che spopola in radio.

Insomma, per un fanatico cultore di James Bond il 23° film della saga è, sulla carta, un evento. Per chi ha trascorso l’infanzia sognando di ammazzare cattivi con i gadget di Q per conto di Sua Maestà e di baciare donne favolose, per chi ha visto e rivisto i film di Bond ogni dannata volta che li passavano alla tv, per chi ha letto tutti i libri di Fleming, scoprendo uno 007 più tormentato e affascinante, e per chi ha le sue fisse, magari non in riga con il mainstream (per me sono inguardabili gli ultimi con Connery, è magnifico Al servizio segreto di sua maestà con quello stoccafisso di George Lazenby, risultano divertenti quelli con Roger Moore, stanchi i due con Timothy Dalton, da evitare quelli con Pierce Brosnan ed entusiasmanti Casino Royale e Quantum of Solace), per tutti questi fanatici della licenza doppio zero Skyfall ha le carte in regola per conquistare la vetta.

Quindi, carico di aspettative ma anche fiducioso, sono entrato al cinema esaltato. Ne sono uscito dopo più di due ore deluso, non tanto dalle premesse, in molti casi rispettate, quanto da un altro aspetto che davo per assodato: il livello narrativo. Gli ultimi Bond, quelli prima dell’era Craig, erano divenuti giochini ripetitivi e inguardabili: storie assurde, cattivi folli e da strapazzo, eccesso di gadget fantascientifici, troppa ironia postmodernista e assenza totale di realismo. Per quanto in verità sia difficile e fuoristrada rendere le avventure di Bond realistiche, l’azzeramento della serie nel 2006 ha tentato per lo meno di avvicinare il personaggio cinematografico all’originale letterario di Ian Fleming, rendendolo in poche parole un duro cinico, crogiolo di problemi e di vizi, solitario e di poche parole. La scelta del nuovo attore, Daniel Craig, è stata ottima. Nonostante l’azione ipercinetica domini questi film (pare ormai una regola quella di riempire i primi dieci minuti con un inseguimento mozzafiato), le vicende hanno comunque un respiro globale e si è tentato di toccare il protagonista nell’intimo senza più infilare ovunque i maledetti accrocchi inventati da Q.

In Skyfall il livello narrativo, però, delude. Anzi, è pessimo. Il movente della vicenda è la vendetta (quella che il cattivo, interpretato alla grande da Bardem, lui sì forse il migliore di sempre, cerca nei confronti dell’ex capo M), quindi banalotto, ma soprattutto è assurda la grandiosità del piano congegnato per portarla a termine. Se la prima parte del film regge, la seconda è priva di un senso logico: il cattivo divorato dal varano, i sotterranei di Londra, il tribunale, la casa di famiglia in Scozia e la battaglia che vi prende parte sono scene ridicole, non giustificate dalla storia e più banali ancora del tema. Il finale, più da Mamma ho perso l’aereo che da Dalla Russia con amore, è dominato da un personaggio insopportabile che deve essere salvato (M), da un cattivo affascinante che si trasforma in un monomaniaco schizzoide, da una azione continua, lunga, snervante, piena di colpi di scena e pallottole, da personaggi che avrebbero anche potuto tagliare (e così risparmiare sul budget) come l’inutile guardacaccia o la ventina di cattivi imbecilli che cadono come mosche vittime di doppiette e trappole esplosive e da un melenso e poco approfondito affacciarsi di Bond sulla sua infanzia.

In più non si riesce proprio a scrollarsi di dosso la storia della serie, forse anche a causa del cinquantennio da festeggiare. Oltre ai continui riferimenti agli altri film, a partire dalla falsa morte di 007 (Si vive solo due volte) e arrivando addirittura a inserirne alcuni titoli nel dialogato (così compaiono Solo per i tuoi occhi e Bersaglio mobile), c’è da registrare il ritorno di un giovanissimo Q, personaggio giovane e simpatico (?), al passo con i tempi e impegnato più a smanettare con il computer che a creare penne esplosive (anche queste citate), e della segretaria di M, Miss Moneypenny, che nell’ultima scena prende possesso dell’anticamera del nuovo studio del capo dell’MI6, identico a quello in cui entrava Sean Connery lanciando il cappello sull’appendiabiti, con le stesse scrivanie, porte imbottite e quadri alle pareti. Per sigillare il ritorno all’antico, Bond spolvera addirittura l’Aston Martin usata quarant’anni fa in Goldfinger, ritirandola da un garage-magazzino di sua proprietà perfettamente funzionante, con bottone eietta-passeggero nel cambio e le mitragliatrici sotto al radiatore.

Azzerata la serie e riadattata con intelligenza, si è tornati all’antico con sciocchi riferimenti clowneschi e storie ridicole che non reggono la più banale delle analisi, nonostante il tentativo di nobilitare la trama mostrandoci uno 007 fiacco, preda di traumi infantili, etilista e invecchiato, un MI6 incapace di gestire le sfide del presente e una Londra scelta come location principale, affascinante e caotica nella sua metropolitana all’ora di punta.