Voce del verbo sabotare

La Tav va sabotata

Questa la frase per cui è accusato Erri De Luca, estrapolata da un’intervista rilasciata nel settembre del 2013 all’Huffington Post.

Erri De Luca © Nicola Roggero
Fotografia di ©Nicola Roggero

La Lyon Turin Ferroviaire, ditta che costruisce l’alta velocità Torino-Lione, aveva denunciato lo scrittore e la Procura di Torino lo ha rinviato a giudizio con l’accusa di istigazione al sabotaggio. Secondo la tesi dell’accusa, De Luca, in virtù della sua notorietà, con le sue parole sarebbe capace di influenzare altre persone portandole a commettere atti illeciti e provocando danni al cantiere e alle società coinvolte nei lavori.

Secondo la difesa non ci sarebbe alcuna prova che le frasi incriminate abbiano effettivamente istigato terzi a commetere reati e il processo, che andrebbe a minare la libertà di espressione e di pensiero, sarebbe pura propaganda politica contro il movimento No Tav.

E il confronto entra nel vivo della lingua, toccando la semantica. Infatti, secondo Erri

Il verbo sabotare è nobile, ha un significato molto più ampio dello scassamento di qualcosa. Lo usava anche Gandhi. Io sostengo che la Tav vada sabotata. Anche un ostruzionismo parlamentare è un sabotaggio rispetto a un disegno di legge. Ma quello che riconoscono a me, non lo riconoscono a Bossi o Berlusconi.

Sabotare, verbo transitivo che deriva dal francese saboter, ha due significati, uno letterale:

Compiere atti di sabotaggio; distruggere o deteriorare gravemente edifici e impianti, opere e servizî militari, intralciare gli spostamenti e i rifornimenti di truppe nemiche, impedire o limitare il funzionamento di servizî pubblici, come azione di lotta o di rappresaglia economica, politica o militare

e uno figurato:

Intralciare la realizzazione di qualche cosa, o fare in modo che un disegno, un progetto altrui non abbia successo: s. un’iniziativa; s. un negoziato; il vasto programma di riforme del direttore è stato sabotato dal consiglio di amministrazione. Anche, svalutare, denigrare lavorando male e con scarso impegno o non facendo quanto si dovrebbe fare: il comportamento di molti funzionarî aveva lo scopo di s. l’immagine dell’azienda.

Ed è proprio questo il senso principale della parola, così come usata da Erri, qualcosa di più ampio dello scassamento di qualcosa.

Il processo alla libertà d’espressione entra nel solco scavato dall’ex Procuratore di Torino Gian Carlo Caselli che, nel 2013, all’indomani dell’arresto di due attivisti che stavano trasportando in Val di Susa, fra le altre cose, molotov, maschere antigas e cesoie, sostenne che

C’è un fondo di preoccupazione per il silenzio e la sottovalutazione, se non peggio, da parte di uomini della cultura, della politica, dell’amministrazione e anche dell’informazione

ovvero che certe personalità, con il loro silenzio o “peggio” (dunque con il loro consenso), sottovalutino o appoggino alcune azioni No Tav.

Marcia NoTavIn parole povere: chi appoggia a parole o senza denunciare pubblicamente comportamenti illeciti da parte dei No Tav si rende responsabile della sua deriva terroristica.

E l’accusa di terrorismo (reato che non sussiste secondo il Tribunale del Riesame) ai No Tav fa parte della lunga strategia governativa che cerca di minare la protesta valsusina portando la discussione sul tema dell’ordine pubblico, degli scontri con le forze dell’ordine e del vandalismo, in maniera che non si parli più della questione vera: la costruzione di un’opera dannosa e inutile.

Non mi sento responsabile, non c’è una lotta più democratica di quella per la Tav e non è necessario commettere reati per sabotare l’opera. Io sono venuto qui perché voglio scoprire chi ho condizionato e a fare cosa con le mie parole e se sarò condannato non farò ricorso, quello che ho da dire è quello che ho già detto. (Erri De Luca).

A tutti, ma soprattutto ai Sì Tav e a chi non conoscesse la questione e volesse capire chi protesta, come e perché, consiglio la visione del documentario Qui, di Daniele Gaglianone.

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Chi e perché

I fratelli Kouachi
I fratelli Kouachi

La polizia francese ha braccato e abbattuto tre dei terroristi che hanno seminato l’orrore a Parigi nelle ultime 48 ore: Amedy Coulibaly, Chérif Kouachi e Saïd Kouachi.

Questo articolo di Christian Elia, pubblicato su Gli Stati Generali, è da leggere se si vuole capire perché gente come i fratelli Chérif e Saïd Kouachi irrompe in una redazione di un settimanale satirico abbattendo a colpi di kalashnikov giornalisti, poliziotti e vignettisti. Nel cuore dell’Europa.

Se vogliamo evitare che ciò accada, dobbiamo sapere chi sono queste persone, e perché agiscono. E il perché non è Allah, non è Maometto, non c’entra con Cristo e con vignette irriverenti. Il perché è sociale.

I Kouachi erano come il Reyaad Khan dell’articolo di Elia, figli di prima o seconda generazione di immigrati dal mondo arabo, cresciuti in periferie delle metropoli europee ed emarginati socialmente ed economicamente dal contesto in cui vivono. Sono i dinamitardi che seminarono morte a Londra nel 2005, sono i volontari che partono dalla pax occidentale per andare a combattere in Siria.

Sono figli del fallimento occidentale, figli di un sistema che in Europa emargina e in Medio Oriente distrugge. Il germe del loro odio glielo abbiamo inculcato noi, con decenni di sfruttamento, magheggi, bombardamenti, guerre preventive e guerre di reazione. È il fallimento di un sistema economico, quello capitalista, e di una politica violenta, quella del colonialismo e della guerra al terrore.

Si è combattuto per evitare altre torri gemelle, e così sono stati fomentati gli attentati di Madrid e Londra, le autobombe in Iraq e i massacri di Boko Haram, gli assassini politici in Pakistan e il tritolo che ha sconquassato mezzo mondo nel giro di 14 anni. Ora, cosa si farà per evitare un’altra Parigi?

Dovremmo essere tutti Charlie

RT_france_shooting3_ml_150107_16x9_992Siamo tutti Charlie. È banale, ed è sbagliato.

Dovremmo essere tutti Charlie. Continua a essere banale, ma è più corretto.

Come ci vuole la morte di un musicista perché tutti ne parlino (ogni riferimento ad artisti napoletani deceduti recentemente è intenzionale), così serve una strage in una redazione di un settimanale satirico perché si parli di libertà d’espressione. Soprattutto se è servita in salsa islamica, c’è qualche traballante filmato ripreso con un cellulare e si da il via alla caccia all’uomo.

Twitter e Facebook sono invasi da vignette di matite spezzate, giornali sventagliati, disegnatori in paradiso, temperini, gomme, kalashnikov, maometti, cristi, lapis-gemelli. Gli stati parlano tutti francese, bonjour je suis Charlie. Ci si scandalizza, si va contro al barbaro, si scende in piazza. Tutto bello e giusto. Ma sa di Pino Daniele.

Chi oggi fa il liberale su Facebook, ieri nemmeno sapeva che quella stessa libertà tanto difesa da post di rapina è sempre a rischio, e non per attacchi terroristi jihadisti, ma a causa di proposte di politici nostrani, come il disegno di legge 925b sulla diffamazione che presto tornerà alla camera. E cosa dice questa legge? Sostituisce al carcere un’ammenda fino a 50mila euro per chi si macchia di reato di diffamazione (non solo nel caso di testate giornalistiche registrate, ma anche di librisiti webblog), aggiungendo l’obbligo di cancellamento della notizia e della pubblicazione di una rettifica immediata e senza replica. Ovvero la morte per freelance, piccole testate e blogger.

nodiffamazioneUn attentato terrorista semina sangue, distruzione e morte. È orrore puro, violento, che si manifesta nel quotidiano. Ci tocca tutti, nel profondo umano. Naturalmente e banalmente, è da condannare. Ma l’attentato di Parigi non mina la libertà di espressione, non è in grado di farlo. E non perché la gente invade piazze e bacheche, ma in quanto non è una minaccia seria. Semplicemente non si possono ammazzare tutti i giornalisti, e nemmeno intimidirli a colpi di mitra. Ci vuole ben altro.

Come una legge. Una legge bavaglio. Qualcosa che li costringa ad autocensurarsi, a misurare i passi, a ritirare il dito accusatore contro il potere. Ci vuole la legge 925b. E rischiamo di averla per nostro disinteresse e nostra disattenzione.

Prendete un’altra carrozza. Sulla vostra sono saltati reazionari, leghisti, fascisti, bigotti, fondamentalisti cristiani, quelli che non vogliono togliere il crocifisso dalle aule, quotidiani destrorsi, giornalisti convertiti, i “niente velo” e xenofobi in ordine sparso. È trainata da cavalli schiumanti che soffiano nelle braci per far divampare il fuoco. È un carrozzone che trasuda odio ma sa di zucchero: quello della melassa che cola dalle bacheche social.

Per firmare l’appello contro il disegno di legge 925b:

http://nodiffamazione.it/