Skyfall

Qualcuno sostiene che sia il miglior film di 007. E le premesse ci sarebbero per collocare Skyfall nell’Olimpo dei Bond Movies: una serie che è stata coraggiosamente azzerata e intelligentemente modernizzata a partire da Casino Royale; un attore protagonista, Daniel Craig, all’altezza del primo, grande Sean Connery (e, secondo me, migliore ancora di questi); un cattivo d’eccellenza, Javier Bardem; un regista premio Oscar, Sam Mendes, con un occhio di riguardo all’aspetto psicologico dei personaggi; un mito vecchio di un cinquantennio da celebrare; un azzeccatissimo tema centrale della colonna sonora, cantato da Adele, che spopola in radio.

Insomma, per un fanatico cultore di James Bond il 23° film della saga è, sulla carta, un evento. Per chi ha trascorso l’infanzia sognando di ammazzare cattivi con i gadget di Q per conto di Sua Maestà e di baciare donne favolose, per chi ha visto e rivisto i film di Bond ogni dannata volta che li passavano alla tv, per chi ha letto tutti i libri di Fleming, scoprendo uno 007 più tormentato e affascinante, e per chi ha le sue fisse, magari non in riga con il mainstream (per me sono inguardabili gli ultimi con Connery, è magnifico Al servizio segreto di sua maestà con quello stoccafisso di George Lazenby, risultano divertenti quelli con Roger Moore, stanchi i due con Timothy Dalton, da evitare quelli con Pierce Brosnan ed entusiasmanti Casino Royale e Quantum of Solace), per tutti questi fanatici della licenza doppio zero Skyfall ha le carte in regola per conquistare la vetta.

Quindi, carico di aspettative ma anche fiducioso, sono entrato al cinema esaltato. Ne sono uscito dopo più di due ore deluso, non tanto dalle premesse, in molti casi rispettate, quanto da un altro aspetto che davo per assodato: il livello narrativo. Gli ultimi Bond, quelli prima dell’era Craig, erano divenuti giochini ripetitivi e inguardabili: storie assurde, cattivi folli e da strapazzo, eccesso di gadget fantascientifici, troppa ironia postmodernista e assenza totale di realismo. Per quanto in verità sia difficile e fuoristrada rendere le avventure di Bond realistiche, l’azzeramento della serie nel 2006 ha tentato per lo meno di avvicinare il personaggio cinematografico all’originale letterario di Ian Fleming, rendendolo in poche parole un duro cinico, crogiolo di problemi e di vizi, solitario e di poche parole. La scelta del nuovo attore, Daniel Craig, è stata ottima. Nonostante l’azione ipercinetica domini questi film (pare ormai una regola quella di riempire i primi dieci minuti con un inseguimento mozzafiato), le vicende hanno comunque un respiro globale e si è tentato di toccare il protagonista nell’intimo senza più infilare ovunque i maledetti accrocchi inventati da Q.

In Skyfall il livello narrativo, però, delude. Anzi, è pessimo. Il movente della vicenda è la vendetta (quella che il cattivo, interpretato alla grande da Bardem, lui sì forse il migliore di sempre, cerca nei confronti dell’ex capo M), quindi banalotto, ma soprattutto è assurda la grandiosità del piano congegnato per portarla a termine. Se la prima parte del film regge, la seconda è priva di un senso logico: il cattivo divorato dal varano, i sotterranei di Londra, il tribunale, la casa di famiglia in Scozia e la battaglia che vi prende parte sono scene ridicole, non giustificate dalla storia e più banali ancora del tema. Il finale, più da Mamma ho perso l’aereo che da Dalla Russia con amore, è dominato da un personaggio insopportabile che deve essere salvato (M), da un cattivo affascinante che si trasforma in un monomaniaco schizzoide, da una azione continua, lunga, snervante, piena di colpi di scena e pallottole, da personaggi che avrebbero anche potuto tagliare (e così risparmiare sul budget) come l’inutile guardacaccia o la ventina di cattivi imbecilli che cadono come mosche vittime di doppiette e trappole esplosive e da un melenso e poco approfondito affacciarsi di Bond sulla sua infanzia.

In più non si riesce proprio a scrollarsi di dosso la storia della serie, forse anche a causa del cinquantennio da festeggiare. Oltre ai continui riferimenti agli altri film, a partire dalla falsa morte di 007 (Si vive solo due volte) e arrivando addirittura a inserirne alcuni titoli nel dialogato (così compaiono Solo per i tuoi occhi e Bersaglio mobile), c’è da registrare il ritorno di un giovanissimo Q, personaggio giovane e simpatico (?), al passo con i tempi e impegnato più a smanettare con il computer che a creare penne esplosive (anche queste citate), e della segretaria di M, Miss Moneypenny, che nell’ultima scena prende possesso dell’anticamera del nuovo studio del capo dell’MI6, identico a quello in cui entrava Sean Connery lanciando il cappello sull’appendiabiti, con le stesse scrivanie, porte imbottite e quadri alle pareti. Per sigillare il ritorno all’antico, Bond spolvera addirittura l’Aston Martin usata quarant’anni fa in Goldfinger, ritirandola da un garage-magazzino di sua proprietà perfettamente funzionante, con bottone eietta-passeggero nel cambio e le mitragliatrici sotto al radiatore.

Azzerata la serie e riadattata con intelligenza, si è tornati all’antico con sciocchi riferimenti clowneschi e storie ridicole che non reggono la più banale delle analisi, nonostante il tentativo di nobilitare la trama mostrandoci uno 007 fiacco, preda di traumi infantili, etilista e invecchiato, un MI6 incapace di gestire le sfide del presente e una Londra scelta come location principale, affascinante e caotica nella sua metropolitana all’ora di punta.

Altai

altaiSe ti ritrovi alle due del mattino coricato sul divano a leggere un libro quando il giorno seguente ti dovrai svegliare alle sette e mezza per andare al lavoro, beh, allora quel libro davvero ti appassiona: questa è legge.

L’ultimo romanzo dei Wu Ming, Altai, l’ho atteso a lungo, l’ho fortemente desiderato, l’ho prenotato, l’ho pagato l’assurda cifra di €19.50 (che diavolo sta passando per la testa delle case editrici?), l’ho divorato nello scarso tempo a disposizione rinunciando ad ore di sano riposo e l’ho lasciato depositare. Risultato? Non è uno di quei libri che rileggerei, non è una di quelle opere che raccomanderei caldamente. Qualcosa non mi è andato giù, qualcosa è andato storto nella lettura.
L’attesa era grande: dopo dieci anni ecco il seguito di Q, un romanzo che ha venduto parecchio e che ha fatto epoca, che letto al momento giusto ti mette fuoco al culo (ma anche se letto in altri momenti: ad ogni rilettura, negli anni, l’effetto rimane immutato) e che tutti gli ammiratori volevano ritrovare. Fortunatamente non è stato così. Nonostante i Wu Ming avessero annunciato il ritorno al loro esordio, nonostante la fascetta pubblicitaria che avvolge il volume e nonostante gli acchiappa lettori scritti un po’ ovunque, dalla quarta di copertina al più minuto commento su

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Puro feticismo letterario

Altai, Wu Ming. Copertina.

Un tempo aspettavo con ansia dopo la pausa fine-campionato la campagna acquisti per vedere cosa il Toro intendeva combinare durante la stagione. Ogni giorno sfogliavo le due-tre pagine dedicate ai granata da Tuttosport, pura immondizia giornalistica religiosamente e quotidianamente acquistata da mio padre. Regolarmente mi illudevo.
Poi fremevo all’idea dell’estate, del viaggio. Prima in treno poi in aereo con mia madre attraversavo Alpi, Francia e Manica diretto in Inghilterra. Regolarmente mi meravigliavo.
Al rientro doppia tensione: primo giorno di scuola, prima di campionato. Regolarmente mi eccitavo.

Gli anni passavano. L’Inghilterra era un po’ meno sconosciuta, le delusioni calcistiche si erano accumulate, la scuola smetteva di essere un gioco. Si inserivano dirompenti l’attesa del sabato sera, la ricerca delle ragazze e la voglia di essere adulti. Era il tempo del vino cattivo, dell’alcool mescolato trangugiato in dosi eccessive rapidissime. Il tempo del ridicolo e dell’energia pura.
Poi i brufoli cedevano alla

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