Aglio, menta e basilico

Ovvero Marsiglia, il noir e il Mediterraneo secondo Jean-Claude Izzo, il capostipite di un genere, il noir mediterraneo, che, stando all’introduzione di Massimo Carlotto a questo libercolo, analizza la criminalità organizzata contemporanea riconoscendo come centro pulsante della sua azione pervasiva il Mare Nostrum. Questo è Izzo, questo è il suo noir: raccontare storie di ampio respiro denunciando la sempre più profonda fusione fra economia legale e criminale e proponendo come alternativa a questa società la cultura della solidarietà.

Ma, per chi è appena stato a Marsiglia, Aglio, menta e basilico è soprattutto un altro libro. Rapidi, secchi e poetici, i saggi e i racconti di questa raccolta più che compensare il lettore della prematura morte dell’autore, gli impastano la bocca di acquolina a cui non seguirà nessuna digestione. La trilogia di Fabio Montale, Il sole dei morenti, Marinai perduti e Vivere stanca sono una superba serie di antipasti a cui non è seguita alcuna portata principale. Izzo se ne è andato nel 2000, a 55 anni, e ci ha lasciati orfani e affamati.

Meno di 90 pagine da leggere tutte d’un fiato, una strizzata d’occhio ai fan scatenati con l’appendice con il catalogo di luoghi, musica e libri preferiti da Fabio Montale e il Porto d’Oriente che palpita a ogni parola. Marsiglia è davvero così, come la descrive Izzo. Una città che abbraccia il mare, che accoglie il nuovo arrivato, che ognuno può dire sua appena messo piede a terra. Città del Mediterraneo, come Barcellona, Genova e Napoli. Crogiolo di culture. Miscuglio di genti, popoli, lingue, profumi, gusti e musica. È una città globale.

Jean-Claude Izzo.

Leggere Izzo aiuta a comprendere Marsiglia. Bere pastis sulle terrazze dei suoi bar con la schiena al muro e lo sguardo alla strada, attraversare i mercati, gironzolare intorno al Vieux Port e inerpicarsi su per il Panier aiuta a comprendere Izzo. Un legame indissolubile fra scrittore e città. Aglio, menta e basilico: un libro per comprendere meglio entrambi.

Questa era la storia di Marsiglia. La sua eternità. Un’utopia. L’unica utopia del mondo. Un luogo dove chiunque, di qualsiasi colore, poteva scendere da una barca o da un treno, con la valigia in mano, senza un soldo in tasca, e mescolarsi al flusso degli altri. Una città dove, appena posato il piede a terra, quella persona poteva dire: «Ci sono. È casa mia»

Jean-Claude Izzo, Casino totale

La pattuglia dell’alba

James Ellroy sostiene di vivere come un eremita: oltre alla televisione, non possiede nemmeno il cellulare e il computer. Non legge i quotidiani, non legge libri. Crede che la lettura di altri autori, soprattutto contemporanei, possa risultare nefasta per la sua immaginazione. Nonostante ciò, pensa che Il potere del cane sia “il più grande romanzo sulla droga che sia mai stato scritto”. Vere o meno che siano le due affermazioni di Ellroy, quella sulla sua carriera di lettore e quella sul romanzo di Don Winslow, quello che è certo è che la seconda sia del tutto giustificata: Il potere del cane è un grande romanzo politico, storico, sociale e d’azione. È avvincente e impegnato, è un romanzo epico e corale. È la storia sporca e travagliata del rapporto fra Stati Uniti, Messico e narcotraffico.

Winslow è giunto in Italia da poco, e solo con gli ultimi tre libri scritti: Einaudi ha pubblicato nel 2008 L’inverno di Frankie Machine, a cui hanno fatto seguito nel 2009 Il potere del cane e nella primavera del 2010 La pattuglia dell’alba. Quest’ultimo è un romanzo godurioso, molto più simile a Frankie che al Potere, e rispetto al secondo difetta in epicità, pur rimanendo di alto livello.

La storia è ambientata in quel di San Diego, fra la sua battigia e  i punti di rottura delle onde e il residuo di territorio agricolo dell’entroterra non ancora cementificato. La vicenda è tipica del genere

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Il mangiatore di pietre

Il mangiatore di pietre, Davide Longo. Copertina.

Succede di ricevere un consiglio su un autore, leggere una buona recensione, passeggiare per il Salone del Libro di Torino, vedere quello stesso nome stampato con un altro titolo, ripassare il lunedì, l’ultimo giorno di fiera, essere attratti dal cartello “50% di sconto” dello stand Fandango, comprare quel libro e poi quello di cui si era sentito ben parlare, tornare a casa, metterli sullo scaffale del “da leggere”, occuparsi d’altro, lasciar passare una settimana, poi aprirne uno e al fondo della prima pagina esclamare: “Cazzo!”.

Beh, non so se in effetti capita a tutti, a me però è successo. Non ricordo quale sia la recensione e ho scordato la provenienza del consiglio (se stai leggendo batti un colpo), quindi provvederò io per voi. L’autore è Davide Longo: leggetelo. Il romanzo (breve) che mi ha fatto citare a più riprese il sacro pendaglio è invece Il mangiatore di pietre, che non è una novità. Uscito per la prima volta nel 2004 per Marcos y Marcos, ora lo potete trovare sul catalogo di Fandango.

Da buon ritardatario, Longo l’ho conosciuto dopo ben 10 anni di attività letteraria (e non solo: insegna alla Holden, scrive per radio e teatro, è regista di documentari). Classe ’71, piemontese di Carmagnola, non lo cercate sul web:

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