Le belve

Le belve è il penultimo romanzo di Don Winslow e sarà un futuro film di Oliver Stone: il regista statunitense ha battuto ogni record di velocità accaparrandosi i diritti sull’opera un millisecondo dopo la sua pubblicazione, nel 2010.

Il titolo originale, Savages, molto più azzeccato dell’incerta e sciocca traduzione italiana, è la parte più bella del romanzo. Potete accontentarvi di leggere la copertina: quello che sta fra questa e la quarta è una storia banale scritta male per 450 pagine. Grazie al cielo Winslow e editori hanno deciso di seguire la nuova moda deforestante dividendo il testo in 290 capitoli: nemmeno due pagine per ciascuno di essi, molti lunghi appena tre-quattro righe immerse nel deserto candido cartaceo. Risultato: si

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Lezioni di tenebra

Questo articolo è stato pubblicato dalla rivista web Nulla dies sine linea.

Lo scorso maggio scrissi un articolo sull’umanità de les italiens, gli sbirri parigini italo-francesi le cui gesta riempiono le pagine dei romanzi di Enrico Pandiani, e in esso facevo paragoni altisonanti fra il loro capo, Jean-Pierre Mordenti, e altre canaglie quali Salvo Montalbano, Fabio Montale, Sarti Antonio, Héctor Belascoaran Shayne, Pepe Carvalho e Marco Buratti. Bene, due anni dopo l’esordio letterario, Pandiani ha sfornato il terzo volume della serie, che in nulla delude i precedenti, e il paragone rimane valido.
Frizzante, sarcastico, picaresco, scanzonato, gran viveur e sciupafemmine, e poi sfigato, cinico, romantico, goliarda, buongustaio e solitario: Mordenti è così, uno che se la vive e che affronta a muso duro le grandi palate di merda che il mondo (o l’autore) gli scarica addosso. Con filosofia e seguendo il proprio personalissimo codice di comportamento e giudizio ciondolerà in bilico su un filo, da una parte il lato oscuro, dall’altro il suo sopravvivere quotidiano. Il libro è una caccia, un inseguimento che affonda nelle tenebre: la scusa è la vendetta, il

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La pattuglia dell’alba

James Ellroy sostiene di vivere come un eremita: oltre alla televisione, non possiede nemmeno il cellulare e il computer. Non legge i quotidiani, non legge libri. Crede che la lettura di altri autori, soprattutto contemporanei, possa risultare nefasta per la sua immaginazione. Nonostante ciò, pensa che Il potere del cane sia “il più grande romanzo sulla droga che sia mai stato scritto”. Vere o meno che siano le due affermazioni di Ellroy, quella sulla sua carriera di lettore e quella sul romanzo di Don Winslow, quello che è certo è che la seconda sia del tutto giustificata: Il potere del cane è un grande romanzo politico, storico, sociale e d’azione. È avvincente e impegnato, è un romanzo epico e corale. È la storia sporca e travagliata del rapporto fra Stati Uniti, Messico e narcotraffico.

Winslow è giunto in Italia da poco, e solo con gli ultimi tre libri scritti: Einaudi ha pubblicato nel 2008 L’inverno di Frankie Machine, a cui hanno fatto seguito nel 2009 Il potere del cane e nella primavera del 2010 La pattuglia dell’alba. Quest’ultimo è un romanzo godurioso, molto più simile a Frankie che al Potere, e rispetto al secondo difetta in epicità, pur rimanendo di alto livello.

La storia è ambientata in quel di San Diego, fra la sua battigia e  i punti di rottura delle onde e il residuo di territorio agricolo dell’entroterra non ancora cementificato. La vicenda è tipica del genere

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