Bastardi senza gloria

Inglourious Tarantino. Non è sicuramente il miglior Tarantino. Chi spera di trovare in questo film i dialoghi brillanti di Le Iene o Pulp Fiction farebbe bene a non avventurarsi al cinema, così come dovrebbero fare quelli che cercano l’epica pop di Kill Bill, lo splatter di Grindhouse o la calma di Jackie Brown. Farebbe bene a non avvicinarsi anche chi spera in qualche novità: in Bastardi c’è un abbozzato miscuglio di tutto il Tarantino precedente, senza però la ricerca di nuove strade.
Il film, lungo e, in alcune scene, dai tempi dilatati alla Sergio Leone, potrebbe già allontanare gli impazienti nella prima parte con il lunghissimo cappello introduttivo su Landa e Shosanna ed i suoi dialoghi snervanti (il dialogato rimane però sempre una delle cifre del regista). Chi resiste avrà però più azione in seguito, battute più secche, un finale splatter e periodi di calma. Non abbastanza per vederlo una seconda volta, non fosse che per una scena.

Tutto per una cantina. A metà film, la parte ambientata in un locale scantinato, vale il classico prezzo del biglietto, nonché una seconda visione (a casa, s’intende). Senza rovinarla, dirò solo che qui assistiamo, dopo una parte dialogata di pura genialità narrativa ed un gioco sociale da Buona Domenica, ad un Mexican Standoff, pezzo forte del regista fin da Le Iene. La cosa che colpisce di più è in realtà l’assoluta inutilità di una scena così prolissa ai fini della narrazione: la si sarebbe potuta concludere nel giro di un paio di minuti, e non di una ventina (tempo assolutamente non cronometrato, al cinema mi sono perso nella storia). È una fantastica digressione, una sottotrama evitabile che però dona dignità a tutta la pellicola, che mi permette di non rimanere indifferente alla visione. Ciò che credo renda un grande regista e, soprattutto, un ottimo sceneggiatore il buon Quentin.

Personaggi e odio. A grosse linee il film viene presentato come il racconto delle vicende di un gruppo di soldati alleati accomunati dal profondo disprezzo verso i nazisti: i bastardi. Agiscono dietro le linee nemiche con un unico scopo: fare fuori più tedeschi possibile. Lo stesso sentimento di odio e vendetta viene incarnato da un altro personaggio ebraico (come molti dei bastardi), la giovane Shosanna. Quest’odio non riesce però ad essere trasmesso negli spettatori: i nazisti vengono tutti presentati come soldati comuni (abbastanza realisticamente), tranne il colonnello Hans Landa, l’unico in grado di produrre moti di ripulsa. Gli stessi Hitler e Gobbels sono delle caricature cartoonistiche. Il quadro si complica con la descrizione dei personaggi bastardi: violenti, senza passato (tranne un paio, e guarda caso uno è un ex nazista), a tratti ridicoli (vedi il tenente Aldo Raine, ovvero Brad Pitt, il nome più altisonante, e compari nella scena in cui fingono di essere siciliani), sono scarsamente delineati. Molta più profondità hanno invece gli altri, anche quelli di scarsa utilità all’economia della pellicola, come il tedesco neo-padre o il taverniere dello scantinato. Ed i nemici, a differenza di tante datate pellicole belliche, non sono semplicemente la divisa che indossano, ma delle figure a tutto tondo.
Quanto abbia influito su questo aspetto la politica dei tagli, annunciati e poi negati, non è dato sapersi. In realtà qualcosa che non torna c’è: da dove sbuca il bastardo che Aldo Raine trova prigioniero sul camion? Qual era il suo ruolo nell’azione? Chi lo ha catturato? Come? Dove? Difficile rispondere, sbuca dal nulla.

 

Storie, narrazioni, sguardi obliqui

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